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Volf

June 26

Corsi di sopravvivenza essenziale

Questo post è anche su Splinder

  Bene, come ogni sempre, in occasione di un avvicendamento delle stagioni (che, come è noto, è un fatto raro) potete assistere ad una sfilata televisiva e, spesso, anche radiofonica di consigli degli esperti su cosa fare e cosa non fare con il “nuovo” clima prossimo venturo.
La cosa che ha del sorprendente è il senso di deja vu di queste situazioni mediatiche.
Solitamente si parte con una premessa del commentatore, che più o meno sarà di questo genere
“Ormai si approssima l’inverno/estate. In arrivo un’ondata di freddo/caldo dalla quale bisogna difenderci. Ecco che il dott. Tizio vi spiega come fare”.
Partiamo da qui.
Ora, se arriva un periodo invernale o estivo, il caldo o il freddo non dovrebbero costituire una particolare notizia, almeno di non essere arrivati sul pianeta da poche ore e non avere idea di come funzionano le cose… Dico, saranno millenni che in Italia d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Beh, certo è necessario avvisare gli italiani, sia mai! Qualcuno distratto potrebbe trarre beneficio da questa notiziona.
Sugli esperti non c’è molto da dire. Generalmente devono ispirare fiducia, quindi un medico dovrà avere il classico aspetto da medico, esperto e affidabile, magari con una saggia barba e la classica e ben nota benda sull'occhio destro, un atteggiamento serio e una parlantina rilassata, ma con tono sicuro perché ciò che sostiene è incontrovertibile.
Appurato che i giornalisti costituiscono una categoria da estinguere nella sofferenza e nell’umiliazione, vediamo quali fondamentali consigli e suggerimenti ci vengono donati dagli esperti.
Prima di tutto è ancora meglio se per dare una notizia inutile gli esperti sono in due, in questo caso un esperto geologo o meteorologo e, a seguire, un medico (o qualcosa di simile).
Compare dunque un tizio con una bacchetta magica, senza cilindro ma con sorriso beffardo di chi, tanto, vive nel paese degli esperti, estraneo a qualsiasi sconvolgimento terrestre, e quindi a lui fondamentalmente se anche arriva un maremoto non glie ne frega di meno. Agitando con perizia e saggezza la prodigiosa bacchetta verso una riproduzione abbozzata del nostro Pianeta, ci avverte che, udite udite,
“questo sarà l’inverno/estate più freddo/calda degli ultimi 100 anni” oooohhhh!.
Interessante.
Esattamente come l’anno scorso, l’anno prima ancora e, presumibilmente, l’anno prossimo.
Da circa 20 anni ogni estate o inverno veniamo avvertiti che quella sarà la stagione più calda o fredda di sempre.
Andando avanti così ci ritroveremo improvvisamente congelati in inverno e lessati d’estate, via così, da un giorno all’altro.
Solitamente l’esperto aggiunge qualcosa, non può lasciarci così senza informazioni precise
“fate attenzione perché durante la stagione le temperature saliranno/scenderanno di diversi gradi…”. Oh cacchio! Non l’avrei mai detto. Chiunque si sarebbe aspettato un'estate o un inverno con una temperatura costante sui 20-25 gradi, e invece arriva questa mazzata che le temperature saliranno o scenderanno. È incredibile… e anche ingiusto, se ci pensate bene.
“Nei primi giorni tutte le temperature aumenteranno di circa il 20%, in misura leggermente maggiore al centro e al sud e in misura minore al nord.”  Tutte... Eh beh certo. È credibile.  Tutte, nella stessa zona e contemporaneamente aumenteranno del 20%. Un'uniformità inquietante.
Comunque, incassate le allarmanti notizie dell’esperto numero 1, ecco finalmente le salvifiche informazioni dell’esperto numero 2.
Per darci direttive su come comportarci in previsione dell’apocalisse stagionale imminente, vengono generalmente rintracciati i più grossi esperti pluridecorati in campo sanitario, primari, primari di un circolo di primari, primati, premi nobel per l’arresto della caduta dei capelli, quelli di Mondial Casa, Dio e così via. Mi auguro che l’onorario sia adeguato all’enorme servizio che ci rendono.
Come detto, l’atteggiamento e l’impostazione della comunicazione devono essere autorevoli e seri, del resto i contenuti palesemente lo richiedono.

“Nei prossimi giorni bisogna fare attenzione quando si esce di casa, le differenze di temperatura tra ambienti chiusi e l’esterno possono far male. Evitate di sudare e di esporvi a correnti d’aria”.
Fin qui basterebbe una mamma o una nonna, scelte a caso.
Se inverno “Copritevi bene prima di uscire, non prendete freddo. È possibile incorrere in malattie quali raffreddori e leggere influenze, mal di gola e dolori articolari”. Ah beh, meno male altrimenti avevo già in mente di uscire in strada a Gennaio, in canotta e mutande a prendere un po’ d’aria e, magari, farmi una bella corsetta, terminare con una corroborante scivolata in una pozzanghera e attendere di asciugarmi all'aperto, come un cormorano.
Se estate “Non vestitevi con abiti pesanti, lasciate traspirare la pelle. Riparatevi dal sole nelle ore più calde, soprattutto i bambini e gli anziani. State attenti ai colpi di calore…” Benedetti suggerimenti! E dire che in genere ad agosto la gente metteva i nonni in pieno sole con una bella copertina di lana.
Solitamente, dietro sollecitatazione del commentatore, ecco qualche altro prezioso consiglio su cosa fare per evitare problemi di salute:
Se inverno “Vestitevi a strati per adeguarvi agli sbalzi di temperatura, ingerite cibi e bevande calde, fate attività fisica al coperto…” Ecco che ritornano i consigli della nonna. Conosco una vecchia che per 100 euro avrebbe anche cantato una filastrocca in dialetto.
Se estate “Vestitevi a strati per adeguarvi agli sbalzi di temperatura, non ingerite cibi e bevande troppo caldi e meglio se tiepidi o leggermente freschi, bevete spesso, non restate in ambienti poco ventilati e chiusi…”
A parte la strategica dritta del vestirsi a strati, che a quanto pare vale per qualsiasi condizione climatica, anche in questo caso si tratta di consigli fondamentali e risolutivi.
Senza l’esperto la popolazione si sarebbe trovata in grossi guai o, molto probabilmente, sarebbe stata spacciata.
Comunque qui siamo già in estate. E credo che potrebbe essere l’estate più calda degli ultimi millenni. Sicuramente sarà l’estate più estate della stagione precedente.

May 07

La lettura che ripaga 1.0

Primo Libro Tanto per cambiare dal solito, fare un po’ di (orgoglisa) promozione e rilanciare alcune tematiche che reputo sempre importanti da tenere a mente, propongo un resoconto di un libro a cui tengo particolarmente.
Ci tengo sia perché si tratta del primo libro scritto e pubblicato dalla mia dolce metà, e scusate se è poco, sia perché buona parte delle vicende narrate si possono riallacciare al discorso cui mi sono interessato verso la conclusione del mio percorso universitario, ossia quello delle relazioni interetniche, il pregiudizio e la convivenza.
Il campo di applicazione di chi l’ha scritto non è lo stesso del sottoscritto, ciononostante molti elementi ancora utili e attuali sono ben evidenziati e permettono di capire, attraverso un percorso che parte dalle origini della schiavitù africana in America fino ai tempi più recenti, le difficoltà e gli ostacoli che possono verificarsi quando delle persone cercano di recuperare la dimensione umana e la parità con gli altri gruppi che condividono la stessa terra.
È vero che ci sono molte sfumature che cambiano da un posto all’altro, e da una cultura all’altra, e che le complesse dinamiche tra gruppi etnici risentono dell’influenza di tempi, luoghi, e tradizioni differenti (ad es. tra Europa e Nuovo Mondo, tra Italia e Inghilterra, tra Nord e Sud, tra città e città etc.), ma gli esempi e le testimonianze, date da una realtà e da una situazione storicamente e culturalmente differente, possono comunque fornire a tutti degli spunti preziosi.
Questi spunti ci permettono di costruire un più ampio patrimonio di problematiche e di soluzioni, di difficoltà e di tentativi di conciliazione, di condizioni legate alla convivenza e alla reazione, alle ingiustizie e alla discriminazione.
Oggi le società pluriculturali partono da situazioni in parte molto differenti, ma ritengo che alcuni elementi e bisogni, a livello umano, si possano ritrovare e possano riemergere quasi ovunque, perciò anche quando non abbiamo a che fare con gruppi etnici che sono in un territorio perché costretti o perché i loro avi erano destinati a fare da schiavi per i nostri, possiamo ugualmente scontrarci con la mentalità che individua un’etnia migliore e una peggiore, un gruppo di persone che hanno diritti e un altro che ne ha di meno, e via dicendo.
Credo che il libro fornisca anche un utile esempio per l’impegno e il ruolo sociale e civile di un popolo, utile per cittadini che si sono dimenticati come si può fare a reagire alle cose che non vanno e come ridefinire i confini dei diritti e dei doveri nella propria società.
Dato che, mi pare, oggi ci si accontenti parecchio di delegare ad altri anche il nostro impegno e riporre, per tanti motivi, le energie per l’insoddisfazione, lo sdegno e il dissenso nelle lamentele da riproporre a parole ad ogni occasione di chiacchiera, lasciandole li a morire, penso che le testimonianze ripercorse nell’opera costituiscano un interessante spunto di riflessione su cosa, volendo, si potrebbe fare anche se non si fa.
Dicevo del libro, ebbene si legge piacevolmente e scorre senza problemi fornendo, al contempo, indicazioni precise, riferimenti a documenti e fatti che hanno fatto la storia di un popolo e di una nazione.
La strada per la conquista di una dignità, oltre che dei diritti civili, da parte del vasto gruppo dei discendenti degli schiavi africani trasportati in America è stata lunga e, in questo libro, si mette in luce il ruolo di numerose donne afroamericane che hanno costruito questo percorso fino ai giorni nostri.
Gli esempi di donne impegnate nella lunga lotta per i diritti civili (e non solo) sono numerosi, tutti illustrati in maniera esaustiva e dettagliata: Rosa Parks, Septima Clark, Fannie Lou Hamer, solo per citarne alcune.
Il tutto è contestualizzato, fase per fase, anche da un punto di vista socio-economico e politico.
L’ottica “di genere” ci da’ un’ulteriore chiave di lettura e introduce dei fattori aggiuntivi alle difficoltà puramente etno-culturali.
La mentalità da superare e da ridefinire non è soltanto quella che sostiene le differenze tra un gruppo (dominante) e un altro (svantaggiato), ma anche quella che storicamente discrimina le donne dagli uomini. È un elemento che separa ulteriormente, all’interno di una situazione che è già di separazione, e dunque crea fratture che aumentano la difficoltà di far fronte comune per un obiettivo.
Se da una parte tutti hanno sentito parlare di Martin Luther King Jr. e si rifanno a questo nome quando si parla di lotta per i diritti civili e contro la segregazione razziale, molti ignorano gli altri contributi a quel processo, contributi che si rivelano fondamentali nel percorso storico e culturale.
E allora ecco ciò che accomuna discriminati e discriminanti, ossia il tradizionale ruolo marginale da assegnare alle donne.
Ad ogni modo, nonostante le difficoltà e le resistenze interne ai gruppi sociali coinvolti, è una cosa notevole che, partendo da una condizione di popolo considerato poco più che una proprietà o uno strumento di lavoro, una minoranza etnica svantaggiata sia riuscita a guadagnare visibilità e a costruire una nuova condizione sociale via via più equa e accettabile.

Per ora mi fermo qui, più avanti sarà il tempo del secondo, e recente, libro.

April 10

Kyashan e dittature

Nell'ottica del risparmio energetico e del revival, mi autoriciclo ripescando questo pezzo, dopo una leggera revisione e qualche aggiunta. (questo pezzo è disponibile anche su Splinder)
 
 
Kyashan (o "Shinzo ningen Cashern", cioè  Cashern, l'uomo dal nuovo corpo, 1973) è un “anime” un pò datato ma dai contenuti molto interessanti.
In un futuro non molto lontano dal periodo attuale, per una delle poche volte non post-atomico, l’umanità è ridotta a resistere al suo lento ma progressivo sterminio ad opera della tecnologia evoluta resa ormai indipendente e intellettualmente autonoma (o quasi).
Nessuna scena alla Matrix o stile 5° Elemento, la gente viveva ancora in case e in città normali prima dell'inizio della fine.
Chi conduce questa “campagna” così ben mirata è un condottiero, non uno qualunque, un androide di nome Braiking, nella traduzione inglese Black King (Re Nero..... ma non l’enorme cavallo di Roul di Hokutiana memoria ossia "Kokuoh-Go") o Re Oscuro.

C'è un vero e proprio richiamo ad immagini e simbologie note, quelle del Nazismo hitleriano, dove Braiking (si dovrebbe scrivere Breiking a questo punto) riveste il ruolo di un Adolf sintetico, ma molto meno codardo e defilato e molto probabilmente assai più lucido e logico di quello ormai, e per fortuna, defunto..... ci si rifà così tanto a tale triste frangente storico che non soltanto lo stile estetico ricorda divise, simboli e quant’altro, seppure impersonato da androidi e robottoni, ma specialmente la struttura gerarchica, la gestualità, i riti e il cinismo automatizzato, la marzialità e, per concludere, il saluto al “capo assoluto” ne riprendono la tipicità: tutti i sottoposti ripetono con assurdità meccanica lo stesso saluto che fu anche grido di battaglia e di cieca obbedienza “Heil Breiking” con tanto di braccio destro teso verso l’alto.... niente di nuovo dunque, almeno da questo punto di vista.
Anche le situazioni narrate molto spesso riproducono il senso di ansia, di frustrazione e di orrore che doveva essere una costante tra i civili assediati dal fanatismo nazista.
In questo anime tutta l’umanità, in maniera globale, è nella condizione di moderni ebrei, coloro i quali devono pagare ed essere annientati per risolvere i problemi del mondo.
Ma qual è l’origine di tanto cyberodio nei confronti dell’uomo?
Breiking non è altro che l’evoluzione del programma BK1, sviluppato da alcuni scienziati guidati dal professor Azuma e impegnati in un ruolo e in un compito forse troppo complesso per trovare facili vie risolutive: il pianeta, proprio a causa dell’umanità, è ormai in serio pericolo di crollo ecologico; oltre a ciò l’uomo ha abbondantemente dato dimostrazione di essere capace non soltanto di distruggere l’ambiente in cui vive (cosa alquanto autolesiva) ma di essere anche incapace di salvaguardare la propria razza, con continui conflitti e sperequazioni.
Il programma BK1 inizialmente aveva il compito di trovare una soluzione, la migliore, a tanta prossima ed irreversibile distruzione.
L’unico responso, dopo anni di elaborazioni, risultò la cancellazione del vero responsabile di tutto, proprio l’uomo, e il ripristino delle condizioni ambientali naturali precedenti alle devastazioni umane (ambientalismo spinto): ciò farà bene all’uomo, privato della responsabilità di perpetrare metodi che lo danneggiano e che ne causano l'infelicità, e al pianeta, finalmente liberato dal suo carnefice.
Il programma BK 1 ebbe poi un'evoluzione autonoma nell'“Androdide BK1”, riuscendo a guadagnare autonomia sia di movimento che di pensiero. In seguito tutto ciò divenne Breiking, ormai completamente autonomo e fedele (alla lettera) alle sue direttive primarie.
Molti esseri umani vengono schiavizzati e costretti a lavorare per produrre i mezzi finalizzati al loro stesso sterminio.
Non dobbiamo immaginare però un’umanità completamente e costantemente sopraffatta e in fuga.
Proprio come accadde nell’impresa esagerata del reik tedesco, molte azioni offensive non portavano sempre alla vittoria delle truppe robotiche e gli obiettivi spesso risultavano al di là delle possibilità materiali di Breiking e dei suoi sottoposti.... insomma non sempre tutto fila liscio e, ad un certo punto, diventa evidente l’impossibilità di concludere efficacemente il progetto con una “soluzione finale”.
Tale programma avrebbe previsto la sostituzione dell’uomo con macchine in grado di curare l’ambiente, flora e fauna, e la conservazione di una ridottissima percentuale di esseri umani tenuti “in cattività” e sotto stretto controllo al fine di insegnare loro (magari a forza) come comportarsi.
In tutto ciò ovviamente si inserisce l’eroe, ovvero Kyashan, ragazzo figlio dell’ideatore del progetto BK1. Kyashan è ormai un qualcosa di nuovo, non più un ragazzo nè un androide....... è un ibrido, derivato dal sacrificio di Tetsuya che, motivato dal desiderio di bloccare il potere del “Re Nero”, sacrifica la propria umanità sperimentando l’ultimo progetto lasciato incompiuto dal padre e diventando l’unico mezzo per porre fine alla tirannia meccanica (utilizzando l'energia del sole come fonte energetica).
E’ una lotta difficile, fatta di rappresaglie e di cinismo, di violenze, di eroismi e sacrifici, non ultimo la rinuncia da parte del protagonista al proprio stato umano e alla dimensione emotiva, dalla iniziale e comprensibile confusione all’allontanamento della donna amata e, in conclusione, la perdita della propria esistenza terrena.
Tetsuya era certamente molto combattuto e, a quanto sembra dalla visione dell'opera, anche comprensibilmente tormentato e continuamente sull'orlo di un crollo psicologico.
Lo sostengono le finalità del suo sacrificio, la liberazione dell'umanità e la reazione alle violenze, i ricordi di un amore felice, la compagnia del suo cane meccanico e i saltuari consigli della madre Midori, la cui memoria e personalità era stata riversata all'interno di un cigno robotico che faceva da spia infiltrata tra le fila della dittatura di BK1 (una delle trovate forse più "stravaganti" dell'opera).
La causa di ciò è probabilmente dovuta al fatto di avere ancora una mente umana (quella di un ragazzo, oltretutto) ma, drammaticamente, un corpo non più del tutto umano.
Credo che l'idea da trasmettere fosse che, come succede spesso anche nella realtà alle persone non cyborg, l'Eroe tentasse di trovare delle giustificazioni o di crearsi delle spiegazioni e una visione del mondo che allentasse in qualche modo la sofferenza di non avere più un'esistenza del tutto umana, con esisti a volte molto bruschi e controproducenti.
Quando, ad esempio, si teneva lontano dall'ex-ragazza Luna e diceva di non poter amare, da un lato il motivo è che non poteva farlo realmente ("materialmente", da quello che si può capire dall'anime) e, dall'altro, non voleva illudersi troppo di poter riavere una vita normale.
In aggiunta a ciò, credo fosse destinato a non durare in eterno e a consumarsi nel portare a termine la sua missione.
A tutto ciò si aggiunge anche il fatto che, quando la sua natura di mezzo-androide si diffonde tra gli umani, Tetsuya si ritrova a dover sopportare anche il disprezzo delle le persone che continuava a difendere.
Se avesse pensato costantemente al fatto che, una volta finito tutto, non avrebbe potuto sposarsi e metter su famiglia, avere dei figli o invecchiare, farsi il bagno al mare in costume o altre cosette del genere, non credo gli avrebbe giovato... probabilmente sarebbe caduto in una depressione talmente profonda che non si sarebbe più mosso.
E addio "salvatore del mondo"!
Molto interessante come rivisitazione e come contenuti, nonché come caratterizzazione dei personaggi, della logica e delle riflessioni di ognuno di essi, compresi quelli non umani.
Alcuni ancora sono pienamente convinti che dietro ogni singolo anime o cartone animato o fumetto si celi puro svago o qualsiasi vuotezza priva di scopo, pura violenza gratuita ad esempio. In qualche caso è verissimo ma, in altri, niente è più falso.
 
 
Note:
1) dati sulla serie: Registi "Noriaki Yuasa" e il famoso "Yoshiyuki Tomino"; Designers "Tatsuo Yoshida" e "Yoshitaka Amano"; Autori "Tatsuo Yoshida", "Hiroshi Sasagawa", "Akiyoshi Sakai" e "Naoko Miyake".
2) è possibile rivedere una sintesi compatta della serie nel film di animazione del 1993 dal titolo "Kyashan - Il mito".
3) nel 2004 è uscita la trasposizione cinematografica dell'anime, con il titolo "Kyashan - la rinascita", regia diKazuaki Kiriya, ma si tratta più che altro di una rivisitazione non fedelissima alla serie di animazione.
March 26

Casualità uccise il gatto

Ovvero anche: il perché delle cose 2.0

contrasta gli eventi... se ci riesci L’ennesimo esame fallimentare dei numeri usciti al superenalotto mi ha fornito quel giusto fastidio aggiuntivo, a volte noto anche come ispirazione, per ritirare fuori un argomento ormai liso.
Ora dico, è possibile che possa ritenersi casuale la continua uscita di numeri adiacenti a quelli che gioco? Sono sicuro che se li cambiassi ne uscirebbero altri esattamente vicini.
È una costante: se, per dire, giocassi il 10 per 3 volte di seguito sono certo che uscirebbero l’11, il 9 e anche, per via eccezionale, il 9,5. Di fatto accade molto spesso così, cioè di una serie di numeri (sono 6) ne escono parecchi distanti un’unità da quelli giocati.
Per non parlare di quanto siano poco ben distribuite le uscite, dato che molto spesso vedi uscire serie tipo 6,7,9, o 75,77,78 e via così…
Ok, va bene la casualità, ma così sembra proprio che qualcuno si metta d’impegno per insinuare il sospetto di un complotto cosmico.
Certo sui grandi numeri il discorso non ha senso, voglio dire è tipico dell’uomo credere di essere l’unico parametro o punto di riferimento di fatti che in realtà coinvolgono anche altre migliaia di persone, e ognuna di loro in modo differente (altrimenti non vincerebbe mai nessuno): quello che mi ingenera odio generalizzato contro tutto è che sembra non esserci quella normale rotazione che la casualità dovrebbe includere.
Però è casuale, che cacchio ci volete fare? Mica si può dare un senso o un ordine a ciò che è casuale… non lo sarebbe più.
Va bene, mi dico, ma perché le cose devono essere per forza così “casualmente” fastidiose quando io voglio entrare in un sistema? Sia il gioco che qualsiasi altra cosa mi possa venire in mente, funziona così.
Forse, penso, potei fingere disinteresse per la cosa, che ne so, magari parlare con qualche altra persona con insistenza e con fare ipnotico, fino a convincerla che sarebbe una cosa buona giocare al mio posto e poi farmi avere il ricavato della vincita… proprio come se io fossi del tutto estraneo all’impresa.
Potrei mettermi dei baffi finti quando vado a giocare i numeri, oppure utilizzare una marionetta doppiandone la voce in falsetto…
Non so, ho come l’impressione che non sarebbe così facile tentare di fregare la beffa karmika.
Beh comunque sia, la casualità è reale, solo che è difficile da comprendere o da accettare.
È ancora più difficile se per forza diamo un senso a tutto ciò che ci riguarda, per il fastidio di non poterne effettivamente trovare uno che sia ogni volta adeguato e soddisfacente.
Ad ogni buon conto io non mi rassegno così facilmente alla razionalità, specialmente quando c’è di mezzo una buona causa (ossia i miei, potenziali e futuri, rosei interessi), pertanto sperimenterò qualche altra tecnica per fregare questa sorta di sfiga mascherata da caso, ad esempio giocando un'altra serie di numeri adiacenti ai miei per vedere se poi escono altri numeri ancora una volta di fianco alle due serie giocate.
Si, lo so, ho detto sfiga e dovrei rigettare ciò che ho scritto negando di esserne l’autore.

Penitentiagite!!

Effettivamente, negli anni dell’università, manipoli di docenti inquisitori hanno provveduto a fare campagna di terrore per plasmare il nostro giudizio affinché le parole “caso” e “sfortuna” scomparissero dai nostri database, bandite con disonore, e venissero sostituite da altre formule più motivazionalmente accettabili, del tipo: “Insieme di fattori situazionali da elaborare per ottenere i risultati desiderati”, o “Variabili di contesto interferenti con i piani posti in essere e che richiedono un rapido riadattamento reattivo e positivo” e via dicendo.
In ogni caso era per loro fondamentale creare un terreno tale che tutti fossero in grado di convincersi, e di convincere gli altri, del fatto che non fosse tanto importante l’evento neutrale, “erroneamente interpretato” come negativo, ma la capacità di trovare in se stessi e nell’ambiente le risorse necessarie a prendere altre strade senza piangere sulla situazione.
Ok, può anche andare in un certo senso, a volte può essere una considerazione utile… ma vallo a dire ai numeri estratti, cacchio! Quelli escono e punto, o ce li hai o non ce li hai.
Comunque, sui colleghi più fondamentalisti la cosa prendeva piede in tempi molto brevi e si radicava come fosse da sempre parte del proprio pensiero, senza la possibilità di intaccare la formula con miscele di realtà avversa e inapplicabilità universale.
Qualunque idea o metodo che si sottragga alla critica e all’adattabilità prende da subito una piega pericolosa e, ad ogni modo, preferisco ogni tanto pensare senza mettermi problemi di metodo che, tutto sommato, se dopo 40 anni che non esci di casa e vai in vacanza ti trovi con una bomba sotto il culo, o se mentre nuoti in piscina una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale sepolta sotto la vasca casualmente salta in aria, o se sedendoti sulla tazza del water ti ritrovi con un ratto appeso ai testicoli… beh, vai a dire che quella non è sfiga.

Altro che rielaborare i fattori in gioco e usarli a proprio vantaggio.

March 15

Jack The Maybe

lettera  Tempo fa ho letto un articolo secondo il quale, in base a recenti studi sul DNA della saliva ritrovata sotto i francobolli delle lettere che jack the ripper mandava alla polizia, l'assassino potrebbe essere una donna.
In realtà, rivedendo le razionalizzazioni conseguenti a questa scoperta, pare che il DNA fosse incerto, e quindi poteva essere femminile ma anche no.
Ma se anche fosse, si potrebbe solamente affermare che era una donna la persona che leccava i francobolli... il che non dimostra che fosse anche la stessa persona che andava ad uccidere la gente.
Al di là della corrispondenza o meno tra francobollatrice e assassino, questa versione va a soddisfare parzialmente un'ipotesi che mi è più volte venuta in mente, e cioè che ci dovesse essere un tocco femminile nella spinta folle a quel genere di delitti... che so, ad esempio un transessuale che si sentiva frustrato in quanto all'epoca non si poteva essere apertamente tali, nè tantomeno operati per conversioni di sesso, oppure una donna tradita a più riprese o, e questa è la più verosimile, una congrega di esseri mutati abitanti del sottosuolo che non conoscevano altro modo di relazionarsi con le persone della superficie.
Altra opzione probabile è che dietro ai delitti non ci fosse una singola persona o necessariamente sempre lo stesso individuo, dal momento che modalità e caratteristiche dei delitti erano abbastanza note ai più.
Ma siccome io non sono nessuno per tornare su un caso per il quale sicuramente molte persone hanno impiegato tempo, ricerche, studi e analisi di qualsiasi tipo alla fine una mia considerazione non serve a nulla.
Jack the ripper rimarrà nel mio immaginario personale come una checca isterica particolarmente psicopatica e propensa alla violenza, ma insospettabile cittadino nella vita di tutti i giorni (oltre ad essere, probabilmente, un individuo con rudimenti di medicina).
Del resto le ipotesi sull'identità dell'assassino sono tutt'ora diverse, si va dal giovane artista figlio di artista, all'ebreo polacco probabilmente affetto da turbe psichiche etc., fino all'ipotesi di una commissione dei delitti partita dalla corona inglese per coprire un possibile scandalo.

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